Ogni grande ricetta custodisce una storia. Quella del limoncello profuma di agrumi, guarda il mare e affonda le radici nel Mediterraneo. Ma dietro ogni bottiglia c’è molto di più. C’è una famiglia, un giardino di limoni e una donna che, con straordinaria lungimiranza, trasformò l’ospitalità in un’arte.
Le origini del limoncello sono contese tra Sorrento, la Costiera Amalfitana e Capri. C’è chi ne fa risalire la nascita ai pescatori che lo sorseggiavano per scaldarsi nelle fredde albe in mare e chi richiama antiche leggende legate alla Terra delle Sirene. La versione più accreditata, però, conduce ai primi anni del Novecento e alla pensione di Mariantonia Farace, ad Anacapri.
Quando Capri era ancora lontana dal turismo internazionale, Mariantonia aveva trasformato la propria casa in una locanda dove i viaggiatori vivevano seguendo i ritmi della famiglia, mangiando tutti insieme quello che veniva preparato in giornata. Si arrivava ad Anacapri in carrozza o a dorso di mulo, spesso per soggiorni di settimane o per il viaggio di nozze. Da quella casa passarono Alberto Moravia, Elsa Morante, Jean-Paul Sartre, Totò.
A fine pasto, Mariantonia offriva sempre un liquore preparato con i limoni del suo giardino. Un gesto di ospitalità che, secondo la tradizione più nota, avrebbe dato origine a quello che oggi conosciamo come Limoncello di Capri.
Quella del limoncello di Capri è anche una storia di imprenditoria femminile. “Nella nostra famiglia le donne hanno avuto un ruolo fondamentale”, racconta Marcello Pollio, che oggi guida l’attività insieme ai fratelli Pierpaolo e Mariangela. “Dalla trisnonna Mariantonia alla bisnonna Carmela, dalla nonna Genny fino a mia madre Vivica Canale, sono state loro a trasmetterci la passione per questo lavoro e l’amore per questa casa. È stata proprio mia madre ad avere la lungimiranza di traghettare questa storia da una generazione all’altra, trasformando l’antica dimora di famiglia nell’attuale Casa Mariantonia. Grazie alla sua visione, un luogo ricco di memoria è diventato una realtà capace di custodire il passato e, allo stesso tempo, di proiettarlo nel futuro, dando continuità a un’eredità che altrimenti avrebbe rischiato di andare perduta”.
Negli anni Cinquanta la locanda chiuse, ma quella ricetta non andò perduta. Nel 1989 la famiglia registrò il marchio Limoncello di Capri, il primo a essere commercializzato con questo nome, trasformando un’antica preparazione di casa in uno dei liquori italiani più conosciuti nel mondo. Marcello ricorda ancora quando, a nove anni, aiutava a sbucciare i limoni: allora la produzione era completamente artigianale e ogni scorza veniva lavorata a mano.
La preparazione del limoncello, del resto, è tanto semplice quanto rigorosa. Si utilizza esclusivamente la parte gialla della scorza, eliminando completamente quella bianca che renderebbe il liquore amaro. Le bucce vengono lasciate in infusione nell’alcol per alcuni giorni, il tempo necessario perché gli oli essenziali sprigionino tutti i loro aromi. Successivamente si aggiunge uno sciroppo di acqua e zucchero, ottenendo un liquore dal profumo intenso e dalla gradazione di circa 30-32 gradi.
Ma la vera differenza la fa il limone. “La materia prima è tutto”, spiega Marcello Pollio. “Il limone della Penisola Sorrentina possiede una buccia ricchissima di oli essenziali che durante la macerazione rilasciano un profumo unico. E quelli del giardino di Casa Mariantonia hanno qualcosa di ancora più speciale: sono gli alberi secolari dai quali la trisnonna raccoglieva i frutti per preparare il suo liquore. Ancora oggi continuiamo a utilizzare quei limoni per i nostri ospiti, e il loro profumo è davvero ineguagliabile”.
Oggi quella stessa idea di ospitalità continua a vivere a Casa Mariantonia e nel Ristorante La Zagara, nato da una storia di famiglia che attraversa oltre un secolo. Qui il limoncello non è soltanto il liquore che conclude il pasto, ma il simbolo di una tradizione che continua a rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici: quelle di un giardino di limoni, di una famiglia e di donne che hanno saputo custodirne e reinventarne il futuro.









